domenica 11 agosto 2013

Se un ragazzo gay si suicida è perchè respira quotidianamente omofobia, non è necessaria una aggressione circoscritta e determinata.


Immaginate di vivere in un Paese dove il vostro orientamento sessuale è usato come aggettivo offensivo.
Dove gay è sinonimo di debolezza, stupidità, scarsa virilità.

Dove il vostro modo di essere è associato a fatti criminali (la pedofilia) a immaturità psicologica, a un disordine morale, a una perversione, a una scelta di vita sbagliata o poco raccomandabile.

Dove viene sottolineato solo l'aspetto sessuale e mai quello affettivo.

Dove le pratiche sessuali riguardano sempre l'analità passiva o attiva.

Dove ancora vi chiedono se fate l'uomo o la donna.

Una società dove non potete sposare una persona del vostro stesso sesso, non siete reputati\e adatti\ ad adottare un bambino o una bambina per il solo fatto di essere omosessuali.

Dove la televisione dà una immagine dell'omosessualità maschile legata alla prostituzione, o all'effeminatezza, e di criminalità e aggressività per quella femminile, comunque una immagine di marginalità e di sofferenza, legata alla solitudine o alla promiscuità sessuale mai a una stabilità affettiva.

Una società nella quale manca un immaginario collettivo omosessuale nel quale vi potete identificare con la stessa normalità e accettazione dell'eterosessualità. Una società dove se vi baciate col vostro ragazzo o la vostra ragazza ostentate e venite persino fermate dalla polizia, e se volete essere considerati\e e riconosciuti\ come omosessuali parlate sempre di quello.

Una società  che alla domanda hai un ragazzo\a? non considera normale fare la domanda reciproca perché l'omosessualità non è una opzione di default ma una variante minoritaria e strana.

Una società dove ogni volta che i media parlano di gay e lesbiche lo fanno per riportare insulti, opinioni negative, aggressioni e uccisioni.

Dove mai si parla di lesbiche gay e bisex in termini positivi, per sostenere e valorizzare, per incoraggiare al coming out e scoraggiare l'omonegatività.



Una società dove dovete spiegare che siete gay e lesbiche e spesso ottenere critiche fortissime non solo a scuola ma anche in famiglia dove possono buttarvi fuori di casa, costringervi ad andare dallo psichiatra, o semplicemente rifiutarvi.

Immaginate di vivere quotidianamente in questa società.

Ogni giorno.
Ogni ora.
Ogni minuto.
Ogni secondo.
Qualunque età abbiate. In qualunque zona geografica dell'Italia abitiate

SEMPRE.

Se apprendete di qualche ragazzo o di qualche ragazza che non ce l'hanno fatta a sopportare una tale pressione sociale e si sono tolte e tolti la vita, complice la stampa tutta, cercate subito una causa concreta e al contempo futile: una presa in giro, uno sfottò, il bullismo della classe, della scuola, di qualche ragazzo cattivo.

Un fatto sì grave ma anche secondario, marginale, fatto da un piccolo gruppo, da una eccezione, perchè la grande maggioranza silente della quale fate parte non ne ha colpa.

La colpa è sempre un po' del suicida che è fragile, non regge, non ha saputo difendersi.

Non regge un dramma che è tutto suo perchè scoprirsi omosessuali  è un accidente, un incidente, una disgrazia. Non è una opzione degna quando l'eterosessualità. Una menomazione nella migliore delle ipotesi da tutelare come si tutelano le persone diabetiche, o paralitiche, o le persone down.


Così anche nell'ennesimo caso di un giovane ragazzo di 14 anni di Roma che si è suicidato prima infliggendosi ferite all'inguine e alle braccia e poi lanciandosi dalla finestra cadendo da 20 metri d'altezza e morendo sul colpo, cerchiamo la colpa in qualcuno, in un fatto specifico, isolato e circoscritto.

Per i giornali la colpa è di qualcuno:

il ragazzo ha raccontato di essere arrivato alla decisione dopo numerose angherie e prese in giro da parte dei coetanei, culminate con l'esclusione dalla compagnia. (messaggero
ha raccontato le prese in giro subite dai coetanei che lo avevano escluso dalla comitiva. (l'unità)
Quelle lettere raccontano di derisioni e prese in giro da parte di alcuni coetanei che lo avevano addirittura escluso dalla comitiva. (repubblica)
Gesti concreti di un gruppo ristretto e individuabile di persone. E tutte e tutti tiriamo un sospiro di sollievo. Ahhhh ecco i responsabili. Colpa loro.

Beh non so voi ma io sono stanco di questa retorica borghese e benpensante.

Perchè non basta certo l'esclusione dalla comitiva per farti gettare dal balcone.

Questa è solo la goccia che fa traboccare un vaso già pieno di un ludibrio diffuso, capillare, senza eccezione, di tutte e tutti quanti noi cittadine e cittadini italiani dalla scuola allo stato dalla chiesa alla famiglia dalla tv alla stampa.

Siamo noi tutte e tutti noi, senza esclusione alcuna, ad avere istigato questo ragazzo al suicidio.

Ma ci fa comodo additare quel gruppo che lo ha escluso. Un gruppo fatto di perosne come me e te, un gruppo che è parte di noi, è noi.

Così anche se il ragazzo sucida è chiaro nello spiegare i motivi del suo gesto:
Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia fa comodo credere che l'omofobia consista in piccoli eventi isolati e riducibili.

Mentre è altrettanto omofobico il fatto che nessuno lo accetti né la società né la famiglia e il suo dramma nasca dal fato di sentirsi solo, isolato, escluso e criticato dal sentire comune e non da non sentirsi espresso e rappresentato tantomeno dall'immaginario sessual cosumistico della Capitale, quella di Mucca Assassina e Gay Viillage ai quali accedi quando hai già fatto coming out e miracolosamente in qualche modo ti sei fatto accettare: dove devi essere uno strafigo e dove il massimo del successo è sessuale, ma dove il tuo essere un normalissimo ragazzo adolescente e gay non interessa nessuno e non è annoverato, non è rappresentato, non è considerato.

Basta guardare le immagini pubblicitarie.



E' ora di fare capire al paese che l'omofobia è quella silente e strisciante, sotterranea ed endemicamente diffusa, e di come sia quella a spingere le persone giù dal balcone.

Di come ogni battuta che facciamo ogni opinione negativa che ci arroghiamo il diritto di esprimere in nome della democrazia, uccida non solo fisicamente ma anche moralmente.

E mentre mi dispero per una morte istigata che si poteva facilmente evitare se solo zittissimo la chiesa e tutte le altre istituzioni omonegative, zittire sempre, zittire ad ogni costo, riporto le parole che la madre di Bobby Griffith, Mary ha detto, splendidamente interpretate da Sigourney Weaver nel film A prayer for Bobby (Usa, 2009) di Russell Mulcahy

 
Before you echo 'Amen' in your home or place of worship, think and remember... a child is listening. 

Non dimentichiamocelo mai

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