venerdì 21 febbraio 2014

L'orientamento sessuale non è una pratica del sesso. Su una intervista criptoomofoba a Fabio Cioni sul blog il colibrì


Il post-intervista di Pier e Michele sul blog il colibrì pubblicizza l'imminente Fetish Pride Italy che si terrà a Roma dal 26 febbraio al 2 marzo pp.vv.

Organizzatore della manifestazione il Leather Club Roma, una associazione gay, senza scopo di lucro, che promuove la cultura e le attività leather e fetish all'interno della comunità italiana ed Europea come si legge sul sito.

Come si legge nell'intervista
Gli appuntamenti sono davvero tanti, ma sottolineerei in particolare la Mostra fotografica internazionale di fotografia fetish, che raccoglierà dal 23 febbraio al 2 marzo le migliori immagini del concorso WeFetish nella galleria d'arte Mondrian Suite (via dei Piceni 41);
il Roma Fetish Film Festival, con la proiezione, dal 26 febbraio al cinema Kino (via Perugia 34), di moltissimi lungometraggi e corti inediti e di grande valore;
la Roma BDSM Conference, una due-giorni di workshop teorici e pratici su svariati aspetti del feticismo, del sadomasochismo e del bondage.
E poi ci saranno numerosi party organizzati con partner commerciali italiani e stranieri: quello più importante sarà il Full Fetish Roma di sabato 1° marzo al Feel Unusual Club (via dei Conciatori 7).
Fetish in inglese significa una devozione molo forte per qualcosa, a sfondo sessuale o no (io per esempio ho il fetish per star trek...). Una persona che ha il fetish per i piedi si ecciterà sessualmente ma anche eroticamente vendendoli, toccandoli, ma anche semplicemente pensandovi.
Il leather fetish è dunque una devozione per l'abbigliamento in cuoio.


Fabio Cioni, presidente del Leather Club Roma,  nell'intervista spiega come il club è nato per 
proporre a tutti gli appassionati un'occasione importante per fare esperienze e per divertirsi e, dall'altro, aprirsi all'intera comunità gay - ma anche a quella etero! - per mostrare con orgoglio un po' del nostro mondo.
Cioni si lamenta giustamente della

barriera culturale del pregiudizio e del bigottismo creata da una società sessuofobica come la nostra, dove tutto ciò che riguarda la sessualità è tenuto nascosto o è confinato nell'ambito riduttivo del "pruriginoso".
Il punto, spiega Cioni,
non è tanto quello di guadagnarsi simpatie, quanto il rispetto. E crediamo che il rispetto non si possa conquistare senza mostrarsi apertamente. Se noi per primi ci nascondiamo, non ci mostriamo agli altri con le nostre luci e ombre, come possiamo pensare che gli altri ci capiscano, ci ascoltino e ci rispettino? Ovviamente ci sono molte persone a cui le nostre pratiche non piacciono o magari fanno proprio "schifo", ma noi non vogliamo fare proseliti, né chiediamo che tutti abbiano la nostra stessa sessualità. Però chiediamo, anzi: pretendiamo, il rispetto nella diversità.
 Quali sono queste pratiche? Ad alcune ne fanno cenno i due intervistatori in una domanda:

Il feticismo delle modificazioni corporee, o "disgustose", come il pissing (l'uso erotico dell'urina).
Io sono un amante e un praticante del pissing e non lo considero disgustoso, con virgolette o senza. Quello che mi eccita del pissing non è la sua componente disgustosa, per cui trovo fuori luogo questa domanda, un po' giudicante. Anche per le pratiche fetish più spinte come lo scat (l'uso erotico delle feci per usare la stessa terminologia degli intervistatori), per quanto personalmente non mi interessi, non la trovo disgustosa, così come non credo che chi la pratichi lo faccia perchè eccitato dal disgusto.

Disgusto ha qui una valenza morale, giudicante, non serve a spiegare la dinamica per cui una pratica può essere sessualmente eccitante (come chi trova fetish soffocare, o vomitare, durante una fellatio estrema dove il disagio se non il disgusto fa parte del piacere).

Insomma Cioni ha ragione da vendere quando dice che viviamo in una società sessuofobica se anche i due intervistatori, in piena buona fede, si lasciano scappare una considerazione giudicante (in negativo) sul pissing...


Nel post però, sia nella parte introduttiva che nell'intervista , ci sono alcune inesattezze terminologiche e alcuni vizi ideologici che meritano di essere analizzati.

Quando si lamenta, giustamente, che le pratiche fetish sono percepite nella società in maniera negativa, Cioni dice che
premesso che la comunità gay è comunque più aperta su queste tematiche di quella etero, è assurdo che proprio i gay che chiedono agli etero di rispettare la loro diversa sessualità, poi si comportano nei confronti delle altre diverse sessualità esattamente come gli etero!

Il feticismo non è il corrispettivo italiano della parola Fetish.

Il feticismo indica una parafilia cioè uno spostamento della meta sessuale dalla persona viva (c'è anche la necrofilia...) nella sua interezza ad un suo sostituto che può essere una parte del corpo stesso, o una qualità, una condizione, o un indumento, o qualsiasi altro oggetto inanimato.

Il feticismo non è patologico finché non diventa esclusivo (e beninteso finché non costringe nessuno o ingaggia rapporti sessuali con l'infanzia, anche la pedofilia è una parafilia) .

Non c'è nulla di male se uso la pipì nell'interazione sessuale con una, uno o più partner, per eccitarmi sessualmente fino raggiungere l'orgasmo.
Il problema nasce nell'esclusività: se riesco ad eccitarmi e\o a raggiungere l'orgasmo cioè solo ed esclusivamente se pratico il pissing..  

Chi pratica il fetish, qualunque esso sia, non può dunque essere definito con interezza da quella o quelle pratiche feticiste che segue.
A me che piace il pissing l'etichetta di feticista della pipì mi sta stretta perchè a letto mi piacciono tante altre pratiche e il pissing non lo faccio sempre e con tutti.

Quindi non esiste una sessualità fetish come pretende Cioni, esistono solamente delle pratiche feticiste, ol, al limite, un comportamento sessuale fetish.

Riconoscere al feticismo lo statuto di sessualità fa compiere a Cioni un  errore concettuale.

Cioni riduce infatti l'omosessualità alla sola sfera sessuale.

L'omosessualità però non è una pratica sessuale ma un orientamento sessuale che investe la persona ben al di là dell'attrazione erotica e sessuale, ben al di là della stessa sessualità, coinvolgendo con altrettanta significatività la sfera emotiva e quella affettiva.

Quella omosessuale dunque non è una diversità solamente sessuale ma semmai anche, se non soprattutto,  affettiva ed emotiva.

Mentre il feticismo è, tra l'altro, trans-orientamento sessuale visto che il pissing è tanto praticato dagli uomini quanto dalle donne, tanto dalle persone etero quanto da quelle omosessuali.

Capisco il ragionamento di Cioni: le persone omosessuali in quanto persone discriminate dovrebbero essere più sensibili nei confronti delle discriminazione in base alle pratiche sessuali.

Cioni dimentica però che l'omosessualità non dà di per sé alcuna garanzia di sensibilità, le persone omosessuali non costituiscono una comunità omogenea per comportamenti e visione del mondo e hanno in comune solo la uguale discriminazione in base all'orientamento sessuale (proprio come l'eterosessualità non accomuna le persone in nessun altro aspetto, altrimenti Hitler e Gandhi dovrebbero essere uguali perché entrambi etero).

Allora è in quanto gay  e non in quanto feticista che Cioni si permette di giudicare negativamente alcune delle rivendicazioni del movimento e della comunità lgbt quando dice che
mi sembra che negli ultimi vent'anni sia la comunità sia il movimento gay abbiano intrapreso, più o meno consapevolmente, un cammino di "normalizzazione" e di "standardizzazione" basato sui modelli eterosessuali. Credo che questa scelta non solo non porterà grandi risultati, ma soprattutto ci ha fatto perdere gran parte della nostra forza innovatrice e della nostra ricchezza, che risiede nella nostra diversità che invece a volte si cerca di nascondere. Il Fetish Pride Italy vorrebbe, anche per questo, essere un momento di orgoglio in cui le diversità si mostrano e diventano ricchezza, arte, divertimento, cultura.
Al di là di una questione lessicale  (quella di usare la parola diversità invece di differenza che in italiano al contrario della prima non ha connotazioni negative)  che può sembrare rilevante solo a me e senza volere appiattire ogni relazione amorosa e sessuale al modello eteronormato sono profondamente convinto che l'amore di una persona per un'altra persona non cambi in base all'orientamento sessuale quanto, semmai, in base ai ruoli di genere che ci vengono imposti dalla e nella società.

Con tutto il rispetto per il feticismo, in quanto uomo e in quanto gay mi sento offeso se vengo sminuito nella mia presunta diversità solo ed esclusivamente in base a determinate pratiche sessuali.

Nell'essere passati da una posizione di consumo sessuale poligamico nel quale si rifiutava la vita di coppia pretendendo di capovolgere nella promiscuità l'idea monogama di famiglia etero (come se i mariti etero non cornificassero mai le mogli, mentre le mogli non potevano fare altrettanto senza essere tacciate come puttane) dove in realtà piuttosto che un modello altro si proponeva una reazione di negazione del modello etero che, in valore assoluto, restava lo stesso l'unico modello di riferimento (mi sembra che tutti gli esperimenti di coppia aperta etero ed omo siano miseramente falliti) a una posizione di rifondazione della famiglia che non è più quella eterosessita degli anni 70 mi sembra che la comunità gay lesbica e bisex (che sono state le prime persone ad aprire la strada) abbia raggiunto una stabilità sociale e di attecchimento nel tessuto della società che si radica molto più del consumismo sessuale (spazzato via dall'aids).

In questa lettura critica della richiesta di estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso confondiamo artatamente l'autoemancipazione della donna la cui riappropriazione sessuale passava anche attraverso la scoperta e l'uso del proprio corpo come meglio credeva senza l'autorizzazione del maschio di turno (padre fratello marito o figlio) con il diritto alla promiscuità tra maschi che non è mai mancato al maschio etero vista la sua promiscuità con le donne...

Mi sembra anzi che la promiscuità gaia sia ancora tutta entro il portato del patriarcato (mi perdoni Mario Mieli...) e che una vera rivoluzione la si può fare anche colonizzando la famiglia portandola a essere quello che nessuno oggi le riconosce ancora di poter essere (basta pensare alle posizioni fondamentaliste del cattolicesimo nostrano e statunitense che riconoscono come famiglia esclusivamente quella composta dai genitori biologici ancora intatta, cioè mai divorziati).

D'altronde il cappello introduttivo all'intervista non mi sembra si smarchi contro il capitale o l'uso dei corpi come merce, anzi:
Questa [la sessualità], in un'ottica individualista, diventa un prodotto di cui dobbiamo usufruire il più possibile, ma solo in una dimensione privata e seguendo gli standard inevitabilmente borghesi del mercato, mentre potrebbe diventare una specie di bene comune, oggetto di un confronto pubblico sereno, fantasioso e costruttivo per tutti.
Ecco l'idea che la sessualità sia un prodotto  - poco importa se vissuta in termini individualistici come criticano i due autori (termini che tanto individualistici non sono visto che per agire buona parte della sessualità bisogna essere almeno in due...)   o nella visione collettivizzata dove la sessualità appare come bene comune - mi sembra molto più vicina alle posizioni della destra che a quelle tradizionalmente marxiste.

Anzi  mi chiedo come il pissisng (una pratica che adoro), per esempio, possa diventare un bene di confronto pubblico.
Vorrei proprio che mi venisse spiegato.
Magari è così e non ci arrivo io.

Chi sa spiegarlo, per favore, mie evinca.

L'intervista non lo spiega proprio.

Insomma mi sembra che le richieste di questo gruppo di uomini leather fetish cerchi non di far conquistare alle persone chissà quale bene comune in più ma voglia solo legittimare una nuova  nicchia di mercato quella che in Olanda e in Germania è molto prospera, tra locali ad hoc, pratiche sessuali bareback (anche se va riconosciuto che il Leather Club di Cioni  raccomanda di usare sempre il profilattico) e il consumo di Popper (no, non Karl...) pratiche e droghe sulle quali non ho nulla da ridire pur non facendone uso o consumo ma che non mi paiono momenti pubblici di confronto quanto legittimi comportamenti della sfera intima. 

Confondiamo ancora le persone con i consumatori (e poco le consumatrici...) il che è sempre un male anche quando il consumo di nuove pratiche legittima comportamenti ritenuti immorali ma per favore lasciamo le critiche politiche (o sociologiche) sula comunità a chi fa attivismo (lgbt e non fetish) e lasciamo agli appassionati del fetish di praticare quel che meglio credono in sincera e totale libertà.

Perchè non è certo lasciandomi pisciare addosso o fistandoti che esprimo primariamente il mio amore per te.

E nella società alla fine quel che conta sono i legami relazionali che riusciamo a instaurare con le altre persone non il modo col quale ci facciao sesso.

Le scatole cinesi dell'informazione contengono maschilismo e pregiudizi. Su di un discutibile e mendace video francese sui contagi da HIV.

Leggo un articolo su uno spot francese contro l'hiv.

Lo spot è questo.
video




La versione internazionale, in lingua inglese, rilancia i numeri e la spara grossa: 650mila persone sono sieropositive e non sanno di esserlo.

Inutile dire che questi numeri sono numeri stimati in base a complessi calcoli che tengono conto del numero di persone che si scoprono sieropositive solamente in aids conclamato o, comunque, con un contagio avvenuto molti anni prima rispetto la diagnosi (depister in francese non significa solamente depistare come in italiano, ma anche diagnosticare).

Lo spot è un po' terroristico ma punta il dito su un fenomeno serio e facilmente risolvibile.

Basta fare un controllo frequente che consenta una diagnosi precoce.

Solo la diagnosi precoce infatti  permette di seguire una terapia retro virale (dove e se richiesta) che può tenere sotto controllo gli effetti del virus hiv (HIV in francese, che è una lingua conservativa, è Ivh così come l'aids è sida) ed evitare l'aids conclamato.

Il video però ha almeno due aspetti problematici.

1) discrimina la persona sieropositiva dipinta come un ibrido tra pinocchio e Big Jim (o Ken) comunque fisicamente diverso rispetto la ragazza sieronegativa.

La non immediata leggibilità dell'aspetto plasticoso del  ragazzo con la marionetta Pinocchio (ben lontano dall'iconografia del personaggio di Collodi, sia dalla versione Disney che da quelle europee) rende ambigua questa caratterizzazione  facendone più un freak che Pinocchio.

Non siamo lontani dallo spirito dell'alone rosa dello spot italiano dei primi anni 90...

2) la deresponsabilizzazione del comportamento a rischio.

Lo spot vuole raccontarci di come può capitare di credere di essere negativi e invece di non esserlo.

Però nessuna persona, anche chi ha fatto sesso protetto, può dirsi certa di essere sieronegativa se non ha fatto almeno due test nell'ultimo anno.

Quando facciamo sesso con una persona della quale ignoriamo la sua condizione sierologica, sia essa conosciuta o sconosciuta, dobbiamo presumere per default che sia non solo sieropositiva ma che abbia anche tutte le malattie a trasmissione sessuale (dalle veneree all'epatite b e c) e comportarsi di conseguenza prendendo le dovute precauzioni: cioè usare il profilattico anche per il sesso orale.

Quindi la ragazza non può fidarsi che lui le dica non ti preoccupare non c'è bisogno a prescindere dal fatto se lui sappia o meno di essere sieropositivo.

E, in ogni caso, anche lui deve preoccuparsi dello stato sierologico di lei.
Cosa che invece lo spot non si preoccupa nemmeno di sottolineare.

Insomma mi sembra che questo spot stigmatizzi le persone sieropositive, anche quelle che non sanno di esserlo, investendo loro di tutta la responsabilità sul possibile contagio inconsapevole di cui possono essere concausa ma mai l'unica causa perchè a fare sesso si è smepre in due (o più...)


Adesso fermo restando che è sicuramente eticamente sbagliato fare sesso non protetto se non si conosce il propri stato sierologico (o, peggio, farlo nonostante si sappia di essere sieropositivi) ciò non esime l'altra persona dall'obbligo morale di proteggersi e di non esporsi al contagio praticando del sesso non protetto.

Se in alcuni stati (come la Germania) chi fa sesso non protetto pur essendo a conoscenza del proprio stato sierologico va in galera, visto che la perosna sieropositiva non ha costretto nessuno a fare sesso con lei senza usare protezione, moralmente prima della sua responsabilità viene la nostra di responsabilità.

Ogni volta che facciamo sesso con una persona della quale ignoriamo lo stato sierologico dobbiamo per forza pensare che sia sieropositiva e comportarci di conseguenza. La responsabilità di un eventuale contagio da questa persona a prescindere se la persona in questione sa o non sa se è sieropositiva o no è nostra.

3) la disinformazione dei numeri
La cifre dei 30mila sieropositivi che non lo sanno che diventa 650 mila in Europa sono cifre stimate non sono dati certi.
Sono cifre dedotte da complessi e discutibili dati matematici a partire dai dati noti.
E questo in una visione omofobica e discriminatoria che pretende che gli uomini che fanno sesso con gli uomini (categoria nella quela si annoverano tutti gli uomini che non fanno sesso esclusivo con donne) siano la categoria più colpita.

Questa etichetta troppo grande che al suo interno mette persone dall'orientamento sessuale vario andrebbe sostituita con una categroia che prende in considerazione le pratiche sessuali  e non l'oeirntamento sessuale o il genere delle persone con cui si fa sesso.

le vie di trasmissione del virus sono infatti in ordine di pericolosità

1) uso di siringhe infette

2) sesso penetrativo anale (per una fisiologia e meccanica più a rischio di microlesioni) insertivo E ricettivo

3) sesso penetrativo vaginale insertivo e ricettivo

4) sesso orale con scambio di sangue (anche il cunnilingus durante le mestruazioni) o sperma e secrezioni vaginali

Poco importa se nel sesso anale io uomo sono inserivo o ricettivo.
Quel che mi contagia è la pratica sessuale non il mio orientamento sessuale e nemmeno il comportamento sessuale (se non l'alto numero di partner) ma solo le pratiche sessuali.

Insomma cercando di informare si continua a disinformare più o meno in buona fede.


Uno stillicidio senza fine. Ancora perle di saggezza contro le omosessualità dal blog di Severgnini: la lettera di Sara Gamba.

Stavolta Severgnini pubblica la lettera di una donna che, con la scusa del diritto alla diversità, inanella tutti, ma proprio tutti, i luoghi comuni contro gli orientamenti sessuali non etero.

Si tratta di mistificazioni e bugie e questo dovrebbe provare la malafede di chi, altrimenti, non avrebbe strumenti per dimostrare le proprie tesi maschiliste, patriarcali e squisitamente omfobiche.

La lettera in questione, firmata da Sara Gamba, inizia con una bugia bell'e buona:
Caro Beppe, nelle scuole primarie sono giunti degli opuscoli che sconsigliano agli insegnanti di leggere in classe le fiabe classiche perché “tendono a promuovere solo il modello di famiglia tradizionale”.
 Falso.

1) I libri (sono di 50 pagine non si posso chiamare opuscoli) non sono giunti nelle scuole.
Sono, anzi erano, a disposizione di chi richiedeva una password via mail, per scaricarli dal sito dell'Istituo Beck e si rivolgono, diversificati, a tutti i gradi della scuola, elementare, media inferiore e media superiore.quindi non solamente nelle scuole primarie.

2) Nei libri, in tutte e tre le versioni,  non si sconsiglia di leggere le fiabe perché “tendono a promuovere solo il modello di famiglia tradizionale” come pretende Sara, bensì si dice che:
Nella società occidentale si dà per scontato che l’orientamento sessuale di un adolescente sano sia eterosessuale. La famiglia, la scuola, le principali istituzioni della società, gli amici si aspettano, incoraggiano e facilitano in mille modi, diretti e indiretti,
un orientamento eterosessuale. A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa e, se è femmina, di un principe.  Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse. Di conseguenza, quando sarà adolescente e comincerà a esplorare la propria identità sessuale, si troverà a realizzare che i suoi desideri sono differenti da quelli dei suoi amici, da quelli che “dovrebbe” avere e, quindi, si ritrova impaurito, solo e smarrito. Non ha intorno a sé persone che possano essergli di supporto, né vede nella società modelli positivi. (dal volume dedicato alla scuole medie inferiori, pag. 3) 
Non si parla affatto di famiglia, "tradizionale" (qualunque cosa significhi, se la famiglia biologica e mai separata della chiesa cattolica o quella nata dal divorzio e dal nuovo stato di famiglia)  meno, ma di rappresentatività delle singole identità delle persone.

Per Sara
la “diversità” originaria e fondamentale che costituisce l’essere umano è tra maschio e femmina. Quindi, se si vuole stare alla realtà e al significato delle parole, se c’è una famiglia che educa davvero alla diversità è proprio quella “tradizionale” in cui uomini e donne si scornano da millenni per venire a capo di una convivenza MAI facile (pensiamo alle esilaranti storielle di Enea Berardi che illustra benissimo le differenze di mentalità, psicologia e visione della vita tra mariti e mogli). In sostanza, e senza offesa, c’è molta più diversità e quindi ricchezza nella famiglia tradizionale che in una omosessuale.
Se Sara avesse letto gli opuscoli, prima di criticarli,  avrebbe scoperto che un conto è l’identità biologica che  
si riferisce al sesso biologico di un individuo, cioè al fatto che sia anatomicamente maschio o femmina. Tale caratteristica deriva dalla combinazione dei cromosomi XY nei maschi e XX nelle femmine al momento del concepimento. L’identità biologica identifica un individuo come maschio o femmina, in termini di cromosomi e anatomia sessuale. Si nasce maschio o femmina (pag. 7).
Un altro è invece l'identità di genere che è
un costrutto più complesso, legato indissolubilmente al contesto culturale di riferimento. Ogni società assegna al sesso maschile e a quello femminile dei ruoli più o meno
prestabiliti in un dato momento storico. Tali ruoli si traducono in comportamenti, attività e attributi che la società considera appropriati per gli uomini e le donne, per i bambini e le bambine (pag.7).
Sara confonde l'identità sessuale, quella che riguarda la differenziazione anatomica degli organi di riproduzione sessuale dell'essere umano e che ci fa maschi e femmine con l'identità di genere che ci definisce uomini e donne e pretende che la funzione riproduttiva invece di riguardare l'identità biologica riguardi l'identità di genere.

Una identità di genere che è costretta e indirizzata da specifici ruoli di genere
cioè i comportamenti che gli individui adottano (nel modo di parlare, di vestirsi, di
riferirsi a se stessi) per indicare agli altri la propria identità maschile, femminile o ambivalente.
Tale aspetto, in quanto manifestazione esteriore, è ovviamente fortemente influenzato dalla cultura di riferimento: è facile osservare, ad esempio, come la percezione dell’identità maschile nella cultura occidentale dei giorni nostri sia profondamente diversa da quella di 40 anni fa, e sia comunque molto differente dalla cultura odierna espressa da altre società. In sostanza, il ruolo di genere costituisce una rielaborazione e un’espressione personali delle aspettative e consuetudini sociali attuali rispetto a un determinato sesso.
Quando nasciamo, ci viene messo sulla culla un fiocco azzurro se siamo maschi e un fiocco rosa se siamo femmine. Questi fiocchi indicano non solo il nostro sesso, ma tutte le aspettative che la cultura ha sui nostri comportamenti in quanto maschi o femmine.
Da questo momento in poi buona parte di quello che diciamo o facciamo rientra nella dicotomia maschio/femmina.
Se una bambina ama giocare a calcio con i compagni e si sporca i vestiti, le viene detto di non fare il maschiaccio.
Una volta cresciuta, deve imparare a cucinare, deve volere un marito e dei figli. Così un uomo deve amare guardare la partita o la Formula 1 in tv. Ogni volta che un individuo non si conforma a queste aspettative, la società lo considera strano, lo fa sentire sbagliato rispetto a un modello stereotipato di riferimento. (pag. 8)
Queste differenze non sono inventate dall'autore e dalle autrici dei tre libri dell'Istituto Beck, ma riassumono la posizione ufficiale della psicologia, sociologia e antropologia contemporanee.
 
Sara, invece, non contenta di sovrapporre cose che da 30 anni circa invece si sono faticosamente separate per vedere l'identità sessuale di una persona, che è cosa assai complessa, in tutti i suoi differenti fattori, pretende che la sua smaccata omonegatività abbia una base di condivisione universale.  
In ogni tempo e in ogni cultura l’omosessualità è stata contrastata per quella che penso si possa definire un’avversione puramente “istintuale” (quindi pre-culturale) verso un atteggiamento che non consente la prosecuzione della specie. Ma oggi, con otto miliardi di terrestri in continuo aumento, la cultura ha buone chances di insegnare il rispetto anche per chi preferisce un compagno dello stesso sesso.
Senza dilungarmi in inutili esempi di come nel mondo antico l'omosessualità fosse tutt'altro che contrastata voglio farle notare come a seguire la sua distinzione tutte le famiglie composte da persone di sesso diverso che non possono o non vogliono avere prole dovrebbero essere viste con la stessa avversione di chi, secondo lei, ha un attegiamento che non consente la procreazione della specie.

In ogni caso che il motivo per cui si debba portare rispetto a chi preferisce un compagno dello stesso sesso sia la sovrappopolazione planetaria è uno svilimento dell'individualità di ognuno e ognuna.

Ogni essere umano dovrebbe poter fare le scelte secondo la sua natura...

Sempre che quella dell'omosessualità sia una scelta.

Non è così per la psicologia, come riportato nei tre libri che Sara critica senza aver minimamente letto. L'omosessualità infatti
Non è una scelta, come non è una scelta l’eterosessualità.
Qualcuno di voi ricorda di aver scelto a un certo punto di essere eterosessuale o omosessuale? Quello che le persone omosessuali possono scegliere è se accettare il
proprio orientamento omosessuale e, quindi, sviluppare un’identità omosessuale serena e assertiva, in cui tutti i diversi aspetti della propria personalità possano convivere in maniera armonica e integrata, o rifiutarlo per pregiudizi di ordine morale, sociale, religioso.  Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci:
“l’eterosessualità è una scelta?”. (pag. 23)
Sara  ignora, o finge di ignorare, che le coppie di sesso diverso non rimangono sempre insieme per tutta la vita e molte di queste coppie cambiano partner e a volte i partner possono essere anche dello stesso sesso e quindi padri si ritrovano con compagni dopo avere avuto dei figli da una moglie o, viceversa, madri si trovano a stare con compagne dopo avere avuto dei figli con, o senza, un uomo accanto (la madre single è una delle forme in cui l'autoemancipazione femminile si è andata declinando negli ultimi decenni).

Insomma se smettiamo di costringere e ridurre il legame affettivo tra due persone al mero dato procreativo vediamo che la coppia di sesso diverso non è affatto l'unica coppia detentrice della funzione procreativa proprio come le coppie dello stesso sesso non sono le uniche depositarie della sterilità. 

Sara  ci assicura, magnanimamente, di detestare
la violenza contro gli omosessuali, ma rifiuto categoricamente, proprio per rispetto di quella diversità da loro tanto declamata, di dover diventare io non più mamma ma genitore 1 o 2, non più di “sesso femminile” ma di un qualche “genere” a mio piacimento.
Dimostrando così  di non avere capito la terminologia e le questioni di cui dibatte.
Una donna sarà sempre madre e mai padre: anzi di solito sono le persone omonegative a chiedere dinanzi a due genitori chi fa la mamma o a due genitrici chi fa il papà.

I riferimenti a genitore 1 e 2 riguardano le soluzioni burocratiche, discutibilissime, di questo o quel comune e non derivano certo da queste distinzioni tra sesso e genere (e ruoli di genere).

Il ruolo di genere per esempio costringe una donna a scegliere  tra la carriera e il mestiere di madre e quando una donna dimostra di poter coprire entrambi i ruoli (come Licia Ronzulli, europarlamentare del pdl, che porta la figlia in Parlamento) viene descritta come una madre snaturata e non come una donna emancipata.

Chissà se Sara si sente di difendere anche questa discriminazione in nome di quella diversità che pretende di ascrivere alla famiglia procreatrice.

Sara conclude la sua lettera dicendo che
Millenni di storia della specie umana non cadranno sotto i colpi del politicamente corretto, servirà molta più saggezza da entrambe le parti, soprattutto a tutela degli omosessuali.

Senza dover tornare tanto indietro nella storia millenaria del genere umano vorrei chiedere  a Sara se lei se la sente di definire come una questione di forma, cioè di politicamente corretto, e non di sostanza, cioè di diritti delle donne, il diritto di voto, conquistato nel 1946, la parità col coniuge, conquistata nel 1975 col nuovo stato di famiglia, il diritto di divorzio, conquistato nel 1970, e quello all'interruzione volontaria della gravidanza, conquistato nel 1978.

Mi chiedo se Sara trova una questione legata al politicamente corretto l'aver finalmente trasformato lo stupro da reato contro la pubblica morale a reato contro la persona, nel 1996,  o ad aver cancellato, nel 1981, quell'imbarazzante articolo del codice penale sul delitto d'onore e sul matrimonio riparatore col quale uno stupratore poteva passarla liscia senza nemmeno subire il processo per reato contro la pubblica morale.

Se, insomma, tutte queste conquiste dell'Italia repubblicana sono da considerare altrettanti pezzi di millenni di storia umana caduti sotto i colpi del politicamente corretto o non sono invece conquiste di quella parità tra uomini e donne che adesso si sta allargando anche agli orientamenti sessuali non etero che, in barba a una presunta avversione istintuale e dunque pre-culturale alle omosessualità, sempre più Stati nel mondo stanno riconoscendo loro.

Sì omosessualità, al plurale, perchè non esiste solamente l'omosessualità maschile come Sara pretende in tutta la sua lettera parlando solo di omosessuali, al maschile, ma esistono anche le lesbiche, che Sara, stranamente, ignora (per tacer delle persone bisessuali...) cioè di noi tutti e tutte, donne e uomini, lesbiche gay  e bisex che possiamo o meno fare figli magari venendo aiutati quando la biologia ci impedisce di esprimere la nostra esistenza secondo una tavolozza di forme e di colori varia e differente ma per questo mai davvero diversa.

Se qualcuna o qualcuno vuole scrivere a sara l'indirizzo, pubblicato in calce alla lettera sul blog di Severgnini è gambasara@tiscali.it